
CESARE MOLINARI
Marano P 1881 – Roma 1969
Nasce a Marano Principato il primo novembre 1881 da Benedetto e Conforti Maria e morì a Roma il 10 aprile 1969 farmacista e chimico.
Dopo la prima laurea in farmacia, conseguita a Roma il 1917 e la seconda in chimica il 1918, ricoprì numerosi incarichi:
Fu componente il Consiglio Provinciale della Sanità di Cosenza 1927-29, Direttore Tecnico del laboratorio chimico della società “Farmaceutica Anonima Calabrese dal 15 aprile 1921 al 31 dicembre 1935, Professore di Chimica negli Istituti Tecnici di Cosenza dal 1920 al 1929, Segretario Nazionale degli Industriali Chimici dal 1934 al 1937, titolare di Farmacia in Marano dal 23 luglio 1921 al 18 giugno 1934 e a Roma dal 1937 al 9 aprile 1969.
Come politico si iscrisse al Partito Fascista il 1923, venne subito eletto vice Segretario della sezione di Cosenza. Fu Michele Fedrichi che gli riconobbe meriti facendolo nominare Vice Segretario prima, e poi Segretario Provinciale, in carica dal 29 giugno 1925 al 21 aprile 1929. Nella XXVIII legislatura, il Gran Consiglio del Fascismo lo nomino deputato al Parlamento dal 1929 al 1934. Componente Istituto di Credito Agrario V E III per il triennio 1927/29, consigliere dell’Istituto di Credito Agrario “Vittorio Emanuele II”, Commissario reggente la federazione Provinciale per l’Opera Nazionale Dopolavoro, presidente dell’istituto delle Case Popolari, componente del Consiglio d’Amministrazione del Banco di Napoli e della Banca Cattolica. E’ stato nominato prima commissario e poi presidente benemerito l’Ente Autonomo delle Terme Luigiane, chiamato a risolvere i problemi in cui stagnava l’azienda. Si rese promotore della ricostruzione dei Comuni di Caloveto, Cleto, Lattarico, Malvito, Mangone, Paludi, Parenti, Pietrapaola, S.Caterina Albanese[1]. Per le sue attività il 21 luglio 1928 il comune di Rota Greca gli conferì la cittadinanza onoraria.
Solo a leggere i titoli e i ruoli si percepisce il suo spessore e il potere raggiunto nel ventennio fecero di Marano Principato e della sua casa di contrada Micantonio un luogo di incontro dei gerarchi fascisti.
La “Nazione Operante”, nel 1928, lo presentava come <<interventista fervente>>. Ciò si evince dai documenti superstiti rintracciati che fanno riferimento alla sua carriera. Chiamato alle armi partecipò al primo conflitto mondiale nella II compagnia di Sanità 11 maggio 1916. Il 9 marzo 1918 fu trasferito nel 13° Corpo d’Armata in Veneto presso l’ospedale da campo 132. Il 2 febbraio 1919 nel Reggimento Cavallegeri a Napoli. Il 16 novembre 1919 venne trasferito al quartier generale del 13° Corpo d’Armata. Il 29 luglio 1927 andò in congedo come servizio chimico e fu nominato sottotenente di completamento nel Corpo Sanitario Militare ruolo chimico-farmacista, destinato per il servizio di prima nomina all’ospedale di Roma il 19 novembre 1936. Fu autorizzato a fregiarsi della medaglia commemorativa nazionale della guerra 15/18, della medaglia interalleata della vittoria e della medaglia a ricordo l’Unità d’Italia.
Cesare Molinari era cresciuto in una famiglia borghese, che percepì il valore dello studio per la crescita dell’individuo e, nel caso di Cesare, lo avviò anche verso la politica facendo leva sul fatto che egli mostrava un grande interesse per la cosa pubblica ed era uomo di parola, come testimoniano ancora alcuni anziani che lo hanno conosciuto. Nel privato, inoltre, il suo pensiero, come quello degli altri esponenti dei Molinari, era di non disperdere il patrimonio avito. In seno al nucleo, vigeva la regola che solo il primogenito si doveva sposare e dare continuità alla famiglia. Non toccò a Cesare sposarsi, ma a Emilio. Aver scelto la strada del celibato gli bloccò, alla lunga, la carriera politica poiché, diventato deputato del parlamento (1929) fu costretto a lasciare l’incarico per volere dello stesso Mussolini, secondo il quale solo un buon padre di famiglia poteva ricevere l’incarico.
Per comprendere come andavano le cose nella famiglia Molinari al tempo di Cesare, ecco una testimonianza ricavata dalla Cronaca di Calabria del 17 gennaio 1915 “Marano Principato in festa”
Domenica scorsa, 3 corrente, nonostante la fitta e scrosciante pioggia, tutti gli abitanti di Marano Principato, si addensarono festosi sulla rotabile che si snoda per queste vallate meravigliose allacciando i due Marano e convergendo poi alla nazionale di Cosenza. Erano le 2 pomeridiane; la calca era straordinaria: reiterati colpi di bomba annunziavano l’arrivo del giovane Dottore Emilio Molinari, che per la prima volta, dopo la splendida laurea conseguita, arrivava da vittorioso nel suo borgo natio. Lo accompagnavano lo zio Cav. Dottor Elia, il Cav. Dottor Molezzi, l’illustre Capitano Medico, le signore e signorine di casa Elia, il fratello Rev. Parroco Molinari, gli zii, in un bellissimo corteo ch’era mosso in vetture da Cosenza. Festa indimenticabile e commovente, fra fiori e confetti, tra caldi e cordiali voti augurali che indistintamente partivano da signori, da popolani, da contadini come in un vero trionfo, indimenticabile, per cui il giovane Dottore, figlio amatissimo de l’aprico villaggio, era come sopraffatto e vinto in una commozione straordinaria. Le donne nei loro storici e seducenti costumi, belle e maliarde, ricche di sangue vermiglio, erano scaglionate, a tratt, lungo la via alpestre, che nettamente azzurrino accresceva di lieta festa il raro avvenimento del villaggio. I colpi alla baiocca, si succedevano ai colpi, e per quelle terre coloniche, era come una vampa d’incendio che salutava il figliuolo diletto, finchè si arrivò a Villa Molinari, che ha, dietro le sue spalle, la foresta intensa dei castagni, che sale su fino alla vetta. Il parroco D. Gaetano Molinari, fratello del festeggiato salutò con calda parola dal balcone il fratello, che arrivava, e segnò con parole scultoree la nuova era della sua famiglia, che dovrà di ora innanzi rispondere di pari affetto a la manifestazione di quel giorno. Egli quindi, affermando chiuso per sempre ogni dissenso partigiano dava l’abbraccio di cuore a quanti di ogni partito erano convenuti in quella festa; e mentre la folla applaudiva la sentita parola del giovine levita, tutti assisterono commossi al’ incontro, che la mamma fa al figliuolo; incontro ch’è un bozzetto d’amore materno e fidiale. Parlarono anche il cav. Elia e il cav. Molezzi; a tutti rispose con una dolcezza inesprimibile, col cuore alla mano, il neo Dottore, il quale finì tra la commozione degli astanti, baciando tutto il suo villaggio natio. La profusione dei dolci, dei liquori, confetti, che la famiglia Molinari offrì a quella immensa folla di popolo va solo ricordata, perché ciò è abituale per i signori Molinari. Alla sera illuminazione di fuochi di bengala, un’infinità di razzi multicolori e fuochi continui di gioia per tutti i casolari di Marano, finchè a notte inoltrata ritornò col silenzio la nuvolaglia della montagna. Il mercoledì successivo, 6 corrente in casa Molinari vi fu un banchetto fra i più intimi di famiglia, con l’intervento dell’on. Serra, e del medico provinciale aggiunto prof. Domenico Migliori del cap. medico cav. Molezzi, dell’ing. Tocci, e di molti altri venuti espressamente da Cosenza. Fu servito un lauto banchetto inaugurando una nuova stanza da pranzo, trasformata per la circostanza in una serra meravigliosa di fiori flagranti e di verdura, che, in una festa di luce e di sole, con le elette signore e signorine davano una festosa gaiezza ed una grande signorilità al lauto convito. Allo sciampagne portò per primo il suo saluto al giovane festeggiato il cav. Molezzi, con parola elegantissima ed accento vibrato, chiudendo il suo dire con una nota di patriottismo. Galeno lo zio affettuoso del neo Dottore, sciolse una una breve e tumultuaria lirica, come egli sa dire. L’on. Serra volle anch’egli salutare il giovane Dottore, ricordando i legami indissolubili di intensa amicizia verso la famiglia Molinari della quale tratteggiò la patriarcale figura e la concordia rara per cui la presentò come un modello de la famiglia calabrese…..>>
Insieme a Cesare Molinari, a Marano Principato del ventennio vissero altri uomini che basarono la loro esistenza sul rispetto dei ruoli e il valore delle cose semplici e della giustizia. Tutto ciò è manifesto nel comportamento dei fratelli Carmine e Angelo Bilotto: il primo muratore, il secondo falegname. Entrambi vissero operando secondo la regola dell’arte, anteponendo la perfezione del manufatto all’interesse personale. Un po’ quello che si legge nel romanzo “Il giorno della Civetta” di Leonardo Sciascia dove l’imprenditore serio, pur sapendo di venire escluso dai giochi politici che assegnano gli appalti, continua il suo percorso sulla strada dell’onestà, nella ricerca di consegnare ai posteri opere d’arte e durature. Del loro buon modo di intendere l’attività lavorativa vi è traccia nella cupola della Parrocchia SS. Annunziata (vedi foto di copertina), e in molti altri palazzi e monumenti del capoluogo (case popolari Piazza Cappello, Banco di Napoli Corso Umberto, ecc). Opere che hanno avuto il plauso di Mussolini, durante la sua visita in Cosenza (mentre fece rifare le case popolari dell’attuale Piazza Europa, perché non corrispondenti a quei canoni). La maestria di Angelo, inoltre, viene spesso ricordata da Samuele Bilotto e le sue creazioni sono ancora conservate nelle case dei principatesi.
Dopo la fine del fascismo questi uomini, con a capo l’Ing Pietro Morrone, non furono rispettati per quello che fecero, ma vennero giudicati per l’appartenenza politica. Morrone, dovette ritirarsi e nascondersi per evitare il massacro dei vinti. Si rifugiò in loc Perri di Marano Marchesato dalla sorella, ridotto alla fame. Solo più tardi si riprese il suo ruolo di attendo progettista e, con Pietro Tenuta Sindaco, ricominciò a farsi notare.
Ogni epoca, ogni invasore, ci ha lasciato qualcosa di positivo. Basti pensare ai Naapoleonici, che nei pochi anni di insediamento nel regno di Napoli, decretarono la fine della feudalità (2 agosto 1806), istituirono lo stato civile così come ci imposero di costruire i cimiteri evitando di seppellire i nostri morti sotto i pavimenti delle chiese, evitarono la diffusione di malattie.
Dopo la guerra fu devastato un patrimonio storico importante, la paura di ritorsioni portò le famiglie, che avevano avuto a che fare con il fascismo, a bruciare tutto, da una foto alla divisa ecc. Certo il ricordo della guerra, dei lager, del freddo siberiano, non può essere dimenticato, ne da chi li ha vissuti ne da chi ne raccoglie le memorie. Un uomo di Marano Marchesato fece parte della campagna in Russia. Ritornò a casa dopo un po’ di anni, ma non riuscì a scrollarsi dalla mente quei ricordi brutali. Scappò in America, ma continuava a non dormire e ad avere incubi fino a quando si tolse la vita. Un nostro compaesano, anch’esso partito per la Russia, si salvò fingendosi ferito. Fu accolto da una famiglia russa e, subito dopo, ritornò in Italia a piedi. Arrivato a Roma si ricordò del suo “idolo”, il federale Cesare Molinari. Lo andò a cercare nella farmacia di Roma. Si presentò al banco e alla signorina chiese del dott.. Lei, piena di paura, e notando il cattivo stato dell’abbigliamento, scambiandolo per un poco di buono, lo presentò a Cesare in maniera cattiva.
Alla sola vista, Molinari lo riconobbe e corse ad abbracciarlo. Lo fece mangiare e gli diede abiti puliti. Con questo gesto palesava la sua vera natura di uomo buono e altruista.
Sempre a Roma andò atrovarlo uno studente sempre di Marano. Era povero e il buon Cesare gli diede soldi per studiare e quando doveva dare gli esami gli prestava il suo cappotto per fargli fare bella figura. Quell’aiuto gli servì perché da li a poco, il ragazzo divenne uno dei più bravi traduttori di greco al mondo. Era Annunziato Presta.
Facciamo, però, un passo indietro e ritorniamo al ventennio, conosciamo meglio ciò che fece il politico Cesare Molinari. Nel 1928 uscì un libro per descrivere i sei anni di fascismo in provincia di Cosenza. Cesare che patrocinò l’opera, la presentava così: “Questo libro vuole dimostrare a coloro che si occupano poco o male di politica quale grado di sviluppo abbiamo raggiunto le organizzazioni fasciste in provincia e quale lavoro compiuto in sei anni dal Governo Fascista in ogni campo di attività. Coloro che con estrema facilità si abbandonano a discussioni e a critiche sterili sull’opera che il Fascismo compie con lavoro diuturno, ignorano la somma degli sforzi e dei sacrifici che quotidianamente compiono coloro che sono preposti alle cariche pubbliche. Solo quelle che sono appariscenze della vita esteriore vengono percepite e sfruttate ad uso di critica. C’è tutto, però, un lavoro tacito e fecondo, ignorato dai più, che è la pietra quotidiana che si aggiunge al grande edifizio che il Fascismo ha iniziato nell’ottobre del 22 sotto la vigile guida del suo capo. Questo libro vuole anche sfatare una leggenda abbastanza diffusa che il Fascismo, nel Meridione, trovi sterile terreno di affermazione e che l’attività che esso dedica al miglioramento economico, igienico e culturale del popolo, si circonscriva in limiti modesti….” C.M.
Nello stesso testo, vediamo cosa scrivono su Marano Principato, sempre grazie all’intervento fascista: “MARANO PRINCIPATO (abitanti 1613) “Nell’anno V° dell’Era Fascista e sotto il Regime Podestarile, finalmente, le due borgate del Comune di Marano Principato – Covelli e Savagli – dopo 70 anni di vane promesse e di deluse speranze, sono state allacciate alla frazione capoluogo e quindi alla rotabile provinciale, mediante due tronchi di strada <Annunziata, Fontanelle> costruiti con quella celerità che solamente è possibile sotto il Regime Fascista. Le varie pratiche burocratiche, ordinariamente lunghe e difficoltose, sono state disbrigate con ritmo accellerato e gli ostacoli sono stati superati rapidamente anche per l’autorevole intervento del Segretario Federale Dott. Cesare Molinari, che ha tratto i natali nel detto Comune, onde la terra natìa a Lui si rivolge in ogni contingenza, con legittimo orgoglio, come al suo figlio più caro, più illustre e meritamente asceso in alti posti. E’ da notare, altresì, nei riguardi dei due tronchi di strada, che i proprietari dei fondi attraversati dai tronchi medesimi, senza attendere l’intìma per l’espropriazione forzata, hanno aderito all’invito di bonario componimento, hanno accettato l’accordo loro proposto e si sono contentati di somme relativamente modeste; mentre la benemerita famiglia Molinari ha ceduto al Comune gratuitamente diversi appezzamenti di terreno dei propri fondi per concorrere con generoso slancio ad un’opera di grande interesse e di sentita necessità per il paese; ed anche anticipato i mezzi necessari, fino a 45.000 lire per il finanziamento dell’opera. Oltre a ciò il Rev. D. Gaetano Molinari, nella sua qualità di direttore della Cassa Rurale, ha concesso al Comune un mutuo di 75 mila lire a condizioni vantaggiosissime. Vie Interne – Durante l’amministrazione suddetta, pur disponendosi di scarsi mezzi finanziari sono stati riattati molti tratti di vie interne rese impraticabili, e cioè via Mollano, braccio della via che mena alla frazione Moretti, via Pantusa, via Micantonio, via Tenuti ed altre di minore importanza. E’ necessario siano riportate altre vie, anche importanti, per le quali è pronto il progetto tecnico e quindi i lavori relativi saranno iniziati al più presto. Cimitero – Il cimitero di Marano P. è stato trascurato da tutte le amministrazioni che si sono succedute dall’epoca della sua costruzione in poi, senza mai provvedersi alla più piccola manutenzione: solo si fecero redigere dei progetti, che però rimasero sempre sepolti nell’archivio. Attualmente è ridotto in uno stato deplorevole ed incivile; insufficiente alle ordinarie inumazioni. Pertanto, sono state iniziate dal Podestà e completate tutte le pratiche necessarie per chiudere un mutuo ed il concorso governativo nella spesa, ma date le enormi richieste che per opere pubbliche assillano la Cassa DD. E PP. E ritardano la concessione dei mutui, si è pensato di eseguirsi l’opera con il concorso finanziario dei cittadini del Comune. Una commissione all’uopo nominata ha raccolto già delle offerte per circa 50 mila lire. Si attende l’esito finale di tale sottoscrizione per avanzare la domanda di mutuo per la somma residuale, eventualmente non coverta dalla sottoscrizione cittadina. Edificio Comunale – L’ufficio è stato allogato per più tempo in una casa colonica, insufficiente, disadatta e poco decorosa, e però è stato necessario di volgersi ogni cura per condurre in porto la costruzione di un Edificio Comunale in luogo adatto e ben rispondente alle attuali necessità di decenza e di decoro. Acquedotto Civico – Il Comune di Marano Principato è privo di acqua potabile. Alcune frazioni hanno fontane adamitiche, altre non ne hanno affatto. Fin del a1907 furono iniziati gli atti per provvedere di acqua potabile tutto il paese; e per ragioni economiche si trattò col vicino comune di Castolibero per la costituzione di un consorzio. Nel 1912, dopo svariati e laboriosi negoziati, si raggiunse finalmente l’accordo; si costituì il consorzio e si fece redigere il relativo progetto per condottare la sorgente “Acqua di Legno”; la cui spesa fu preventivata per L.200 mila. Nel 1915, in seguito a ricorsi, il Genio Civile di Cosenza volle fare esaminare altre sorgenti più vicine. Marano Principato sostenne a spada tratta il proprio progetto e ne espose le forti ragioni al Ministero, il quale, dopo un sopraluogo eseguito dall’Ispettore centrale del Ministero dei LL.PP. Comm. Sassi, nonostante le favorevoli conclusioni di questo funzionario alla tesi sostenuta dal Comune di Marano P., dispose la redazione di ufficio di un altro progetto per le sorgenti più vicine. Il comune ricorse al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che approvò finalmente nel 1919 il progetto primitivo redatto dall’Ing.Sig. Liberi. Nelle more del dibattito sopraggiunse la guerra; i prezzi salirono enormemente e quindi fu necessario un aggiornamento di prezzi dei lavori e dei materiali e l’ammontare complessivo salì alla notevole somma di un milione e centonovantamila lire. Espletate tutte le pratiche per il mutuo relativo, con lettera del giugno ultimo è stata interpellata la Cassa DD.PP. per sapere se fosse disposta a concedere la somma necessaria. Con lettera del 12 novembre 1927 N.11029 rispose come appresso: “Questa Amministrazione sarebbe disposta a concedere il mutuo, ma essendo ancora molto numerose le domande che attendono collocamento in base alle norme di procedura stabilite col R.D.L. 25-7-1921 N.1282 la concessione in altri termini potrebbe avvenire con effetto molto differito”. E però si sta esaminando la possibilità di rivolgersi ad altro istituto, qualora il Consorzio ha le disponibilità finanziarie per garantire l’istituto mutuante per la rilevante somma necessaria.” (Acquedotto che poi sarà completato il 1936 ed ancora oggi efficientissimo)
Di Cesare Molinari ci conservano anche alcuni discorsi, da noi rinvenuti nei giornali dell’epoca. Li presentiamo senza alcun commento per non essere fraintesi.
Cronaca di Calabria anno XXXVI n° 23 del 30 marzo 1930
UN DISCORSO DELL’ON. MOLINARI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
Roma, 27
….Accenna alla necessità di adeguare il programma delle scuole di tirocinio ai bisogni di creare maestranze che portino nel lavoro quotidiano il più grande spirito di praticità, ma nello stesso tempo una conoscenza dei criteri che guidano la pratica del lavoro modernamente concepito per evitare la piaga della disoccupazione, una dispersione di energie e per dare ai nostri enti creativi, siano essi grani o piccoli, una possibilità capace di esaurire con responsabilità il proprio compito. Auspica sostanziali modifiche nell’organizzazione delle scuole di tirocinio, e raccomanda al Ministro di far meglio apprezzare le scuole professionali, dotandole di materiale pratico moderno. In riferimento al dibattuto problema della scuola di avviamento al lavoro sostiene che per renderle veramente rispondenti ai fini per cui sono state create, occorre dare ai consorzi i mezzi finanziari occorrenti per l’impianto e le attrezzature di dette scuole. Consiglia di modificare il sistema di contribuzioni mostratosi fino ad oggi impari ai bisogni, e raccomanda che siano le organizzazioni sindacali ad intervenire, alle quali la Carta del Lavoro commette oltre che la difesa economica delle masse anche la loro educazione. Accenna poi alla necessità di preparare maestri che portino nell’insegnamento delle scuole di avviamento oltre che un saldo contributo culturare anche una sufficiente preparazione tecnico – pratica insistendo per un orientamento delle scuole verso quelle forme di attività che hanno particolare attinenza con le industrie locali, così varie da paese a paese, in Italia, per favorirne l’incremento e fa voti che specie per il Mezzogiorno a completare l’opera grandiosa di bonifica iniziata dal Fascismo, si tenga gran conto delle scuole pratiche di agricoltura, che saranno quelle che metteranno in valore le immense ricchezze latenti dei terreni bonificati. Infine, richiama l’attenzione dell’on. Ministro su di un mezzo pratico d’insegnamento, altrove adottato nelle scuole professionali e da noi non ancora sufficientemente applicato: la cinematografia. Accennando all’utilità di questo mezzo educativo, di cui il Duce ha inteso tutta l’importanza, auspica che il ministro, sull’esempio di quanto si pratica in altri paesi, favorisca anche tra noi l’incremento della cinematografia pratica. Conclude dicendosi sicuro che il Regime che poggia sulla forza, sulla operosità e sul consenso della grande massa degli italiani che lavorano, vorrà corrispondere alle aspettative e alle speranze che si fondano sullo sviluppo delle scuole professionali che una volta in definitivo assetto daranno quell’impulso che porterà l’economia del nostro paese molto in alto. L’on. Molinari, che spesso ha visto sottolineato il suo pregevole discorso dai consensi dell’assemblea, alla fine viene lungamente e calorosamente applaudito mentre moltissimi deputati gli si affollano attorno e si congratulano vivamente con lui.
In un discorso di Cesare Molinari alla federazione provinciale di Cosenza afferma: “il fascismo ha creato varie istituzioni che sono proposte a quest’incarico: patronato nazionale medico legale, l’opera per l’assistenza sulla maternità e dell’infanzia, i dopolavori. Tutte queste attività si muoveranno in un campo molto limitato se con la nostra predicazione quotidiana non convinceremo quelli che più hanno a dare di più. Se non convinceremo che l’opera del fascismo non potrà chiudersi nell’abito solo dell’attività politica, ma deve spaziarsi su tutti i campi dell’umana attività, e soprattutto soffermarsi su quelle attività che hanno scopo altamente civile. Quest’opera va di prevalenza affidata ai fasci femminili a cui il partito intende commettere gran parte dell’opera assistenziale. C’è un campo sterminato di attività educativa e protettiva. Protezione per la infanzia e per la maternità, assistenza igienica e risanamento morale e fisico della donna e del bambino, diffusione del pensiero religioso, campagna antiblasfema, costituzione e sviluppo delle colonie marine e montane, creazioni dopolavoristiche femminili, propaganda di educazione fisica; istruzione di corsi serali e domenicali di istruzione, istituzioni di corsi di infermiera. In questa attività i fasci femminili che non hanno funzione di parata né, svolgeranno opera politica nel senso ristretto della parola, impiegheranno tutte le risorse delle loro attività, tutti i loro sforzi. E’ un compito altamente umano che vien loro affidato ed è un compito civile in quanto richiama la donna a far parte attiva della vita nazionale, nella nobile funzione educativa…..”
Poi ancora sui giovani… “Tocca a noi pertanto creare lo spirito ed il corpo di quest’italiano nuovo. Il governo fascista ha iniziato questo grande lavoro riformando la scuola con l’intenzione di toglierla all’influsso compassato e pesante dello scolasticismo tedesco, ed avvicinarla ognora più alla geniale armonia del pensiero latino. Ma il compito affidato alla scuola qualche volta perde la sua efficacia nelle pratiche didattiche quotidiane e spesso si sofferma sul limitare dello spirito. Il compito vero e grande dell’educazione dei giovani va affidato alla famiglia…” era il 1927.
Rispetto alla questione meridionale e al rilancio Calabrese Cesare Molinari si espresse così: “Non è esagerato affermare che l’unica via di ricchezza per il mezzogiorno, e specialmente per la nostra provincia, sta nell’agricoltura, nella coltivazione razionale della terra, nell’attaccamento al suolo ferace di ogni bene, nel risanamento delle nostre zone vaste ed incolte, che la malaria e la mancanza di acque rendono inabitabili per gli uomini ed inadatte ai lavori agricoli. Non c’è altra via di sviluppo per noi, è utopistico il sogno di coloro che pensano che alla Calabria ricca di fumaioli e centro di commerci e di industrie fruttuose. L’economia del lavoro, che è una legge ferrea che ha i suoi teoremi ed i suoi assioma, non può essere mutata dalle speranze o dalle illusioni; il regime si è trovato di fronte a un binomio di cui, il mezzogiorno e l’agricoltura sono i due termini; perciò ha votato una serie di provvedimenti tra cui principalissimo quello della bonifica integrale, lavoro gigantesco che immortalerà il fascismo nei secoli, da cui la Calabria avrà la sua resurrezione ed il paese la sua ricchezza. Mille provvidenze sono state messe in pratica: cattedre ambulanti, campi sperimentali, stazioni bacologiche, stazioni enologiche, propaganda cinematografica; nulla è stato trascurato e si è dato impulso alla battaglia del grano. E poiché il lavoro di bonifica è uno sforzo vano se non è accompagnato da altre previdenze, si procede alla sistemazione delle zone montane, per cui alle cime dei monti divenute brulle per la furia degli elementi o per l’incurie degli uomini, si ritorna il suo verde primitivo e salutare; e si rendano i innocui i fiumi a regime torrentizio che in determinati periodi dell’anno diventanoelementi di distruzione e rovina.”
Cesare Molinari è stato un difensore della nostra terra, sentite cosa disse al congresso provinciale dei segretari politici tenuto a Cosenza il 11 novembre 1928:
“… non dilettano a noi forza, energia ed una tal quale svegliatezza intellettuale; non dobbiamo lasciare intristire e perdere queste tre qualità fondamentali per la vita di un popolo, nelle astrazioni contemplative o nello studio della risoluzione di quei problemi insolubili che formano la vita sostanziale dei filosofi, ma la inattività mortificante degli uomini che nelle azioni e nell’opera giornaliera debbono trovare ragioni di vita, ed elementi di prosperità. Noi vogliamo che la nostra vita industriale e commerciale esca dall’empirismo, spogliandosi dalla vecchia attrezzatura che la rende impari ai bisogni del nostro tempo. La nostra provincia cosentina, per la sua potenzialità economica, per il valore e la capacità delle sue masse operaie, deve aspirare a poter prendere un posto di maggiore importanza, nella vita del paese, iniziando con coraggio, impiegando capitale e lavoro nostri, lo sfruttamento delle meravigliose energie che sono latenti in ogni angolo della nostra terra. Verso di esso adocchiano oggi gli industriali ed i finanzieri del settentrione d’Italia, non certo benevoli e preoccupati del nostro avvenire economico, ma ansiosi e sicuri di poter sapere trarre dai nostri terreni e dalle nostre acque ciò che noi non sappiamo e non vogliamo. Non vorremmo domani essere debitori, verso i nostri figli, di una grave colpa: quella di aver dato le nostre energie vitali da cui soltanto potremo sperare una completa resurrezione economica, in mano a capitali extra provinciali, i quali li sfrutteranno a proprio vantaggio e a danno nostro. Bisogna ancora educare le masse perché si allontanino dalla concezione misoneistica che hanno avuto fino a ieri del lavoro manuale concependolo solo come una dolorosa necessità e come mezzo per sfamare la famiglia, e non come un dovere sociale, non come una necessità storica, non come contributo a quella impalcatura economica da cui unicamente dipende tutta la vita di uno stato, sia quella interna e sia quella di relazione, si infine quella che si afferma per il suo contenuto economico e storico nel consenso più ampio della vita internazionale…..nello stesso congresso affermava… Bisogna infine essere retti e soprattutto onesti. Io ho tenuto a dare in quattro anni di direzione del fascismo provinciale, un tono di squisita e profonda onestà al movimento. Ho quasi l’orgoglio di esservi riuscito. Un po’ per la tenacia di questa mia volontà, ma soprattutto perché ho trovato in questo paese, l’animo profondamente onesto e disinteressato. E’ una constatazione ed una lode che io faccio con un senso di intima e profonda gioia, perché così solo disvelo una verità che è nota a molti ma che io voglio rendere nota a tutti, in specie a coloro che hanno fiducia in noi, che ci seguono, che ci danno la bontà del loro consenso….”
Calabria fascista 23 aprile 1927
Cesare Molinari parla ai lavoratori nella festa dei lavoratori:
“La classe abbiente deve però sentire l’alito della vita nuova. Denaro improduttivo non ve ne deve essere, perché il denaro che non produce è inutile; il denaro deve essere solamente strumento di civiltà. Ciò debbono intendere quelli che lo detengono e non devono illudersi che il fascismo possa servire di salvaguardia ai loro fini personali. Il fascismo è nato dal popolo e mira alla difesa ed al benessere morale e materiale di tutto il popolo italiano; di questo popolo che nuovamente oggi è all’avanguardia della civiltà nel dettare leggi al mondo, per dare a Roma la sua rivincita storica, per ridare alla patria la grandezza e la gloria del passato….”
Cesare Molinari nei suoi innumerevoli discorsi pubblici, ha raramente fatto riferimenti alla esaltazione delle virtù della razza. Nel marzo del 1929 dicontava: non educazione settaria, ma educazione nazionale; cioè, esaltazione delle virtù della razza e delle sue aspirazioni e suscitamento di quelle energie proprie del popolo che si estrinsecano in una produzione intelligente di pensiero ed in manifestazioni concrete di arte per cui l’Italia è stata sempre maestra nel mondo. Leggi eminentemente rivoluzionarie che sconvolgono i sistemi didattici e pedagogici, che da Roussean imperversavano sovrani, lasciando all’arbitrio delle varie scuole l’educazione dei giovani e togliendo quelle unità di indirizzo che solo può tracciare segni duraturi in una razza. Ma un popolo che ha tradizioni storiche che si perdono nei tempi, e che vuole conservare il primato nel campo del pensiero e delle opere, deve non solo mirare alla integrità morale della razza, ma anche al suo sviluppo fisico. Il fascismo in una visione precisa dei compiti dell’italiano di domani, ha inteso che i problemi dello spirito, intimamente uniti a quelli del fisico, costituiscono l’ambiente necessario all’evolversi della rivoluzione fascista intesa come rivoluzione italiana nella storia e nel mondo. Ieri prevaleva, nella vecchia impalcatura statale, lo spirito materialistico e positivistico che si perdeva nella generale indifferenza; oggi è sopravvenuta una visione nuova dei problemi morali e religiosi, visione unitaria e di insieme con cui il fascismo rileva una novità storica, per cui atteggiamento, a noi così vicini, che influenze gravi hanno avuto sul paese, sembrano ormai infinitamente lontani….”
Nel momento in cui il fascismo cominciò a imporre le leggi razziali, iniziato con il manifesto degli scienziati razzisti del 14 luglio 1938, cominciò a prendere le distanze da Hitler e Mussolini e pur restando fedele all’ideologia della prima ora e al credo di Michele Bianchi, lasciò la vita politica per dedicarsi all’attività professionale a Roma su via Momentana. Non era un tradimento, era la lucidità di un uomo che amava il suo simile e che mai avrebbe sposato un credo di morte.
Daniele Bilotto
[1] G.Cingari: Storia.. p290; J.Lattari Giugni: I parlamentari.. p349.
