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PIETRO TENUTA

Un ruolo importante nella vita politica principatese, sicuramente e senza dubbi è di PIETRO TENUTA (Marano Principato 3 gennaio 1930 – 1 ottobre 1994)

Marano P. 1930 - 1994

Commentatore della Repubblica Italiana, nominato il 27 dicembre 1970. Funzionario della Camera di Commercio di Cosenza. Sindaco di Marano Principato dal 1956 al 1994. Militò nelle file dell’Azione Cattolica sin da giovane e fu presidente della Giunta Parrocchiale già nel 1955. Dopo le medie frequentò il collegio arcivescovile di Salerno con compagni illustri come Ernesto d’Ippolito e Riccardo Misasi. Ma dovette interrompere gli studi per poi completarli al magistrale ai primi anni ’60. Notevole fu l’impegno politico nelle file della Democrazia Cristiana, ricoprì la carica di segretario di partito della sezione di Marano Principato dal 1955 al 1956. Fu il primo presidente del Consorzio Vale Crati e primo presidente della Comunità Montana Serre Cosentine. - Pietro Tenuta diceva sempre che i soldi che si spendono per curare l’ignoranza non sono mai tanti rispetto a quelli che essa provoca, partendo da questo diede inizio a una serie di iniziative culturali da far invidia ad una metropoli.

È lontano quel 1956, gli odori della guerra erano ancora presenti, la miseria era di casa, la 5° elementare era una laurea, l’unica via d’uscita era l’America. Il vento stava cambiando, una nuova generazione si apprestava ad accompagnare Marano verso il progresso. Pietro Tenuta su questo aveva le idee molto chiare, il progetto per il suo paese era partito. Nonostante la popolarità raggiunta non volle mai lasciare il suo paese per intraprendere una sicura carriera politica lontana dalla sua Marano. Ci fu solo una parentesi, nel 1968, anno delle elezioni politiche. Mancava una persona per completare la lista e fu chiesto a Pietro Tenuta, vista la già lunga militanza nella Democrazia Cristiana, di farne parte. Senza nessuna pubblicità o raccomandazione ebbe un grande successo, figuratevi che a San Giovanni in Fiore ebbe più voti di Riccardo Misasi. Proprio con Misasi ebbe una grande amicizia iniziata nei banchi del magistrale, sempre presente nelle campagne politiche portate avanti e sempre vincenti. Ma da che cosa dipendeva questo suo successo? Pietro era, prima di tutto, un uomo a servizio dell’uomo e per lui tutti erano uguali, non esistevano barriere, colori, schieramenti o livelli sociali. Questo continuo “darsi” lo contraddistinse fino alla morte. Nell’agosto del 1994 era ormai prossimo alla pensione. Gli anni di servizio e le condizioni di salute in cui versava, gli permettevano di ritirarsi e, alla mia domanda sul perché non lo faceva, lui rispose: è appena arrivato un nuovo dipendente, deve andare in ferie.  

Alcuni anni fa lavoravo ad Amendolara dal Cav. Acciardi, entrammo subito in confidenza e quando gli dissi che ero di Marano Principato, mi fermò subito dicendomi che conosceva una gran bella persona, proprio Pietro Tenuta. Gli chiesi come mai lo conosceva e mi raccontò che un giorno andò a sbrigare delle pratiche alla Camera di Commercio a Cosenza, ma non riusciva a risolvere il problema. Il Commendatore si accorse delle sue difficoltà e gli chiese cosa cercava. Illustrato il problema Pietro si mise subito a disposizione e, nonostante non era di sua competenza, gli risolse il problema. Il Cav. Acciardi Continuò dicendomi di essersi stupito per la sua disponibilità come se si conoscevano da anni. A quel punto gli dissi che il Commentatore era scomparso da circa un anno e lui mi mise la sua grande mano sulla spalla stringendomela e si commosse. In ultimo mi disse che uomini come lui sono una rarità e se ne andò.

Non mi stupii per il fatto raccontato ma per quella espressione che riconobbi in tutte le persone che incontravo quando lo accompagnavo, in giro per l’organizzazione della festa patronale (che ci teneva tantissimo), per l’organizzazione del premio Pandosia o per le elezioni della riconferma a sindaco. Non aveva importanza il motivo dell’incontro ma lo faceva perché amava stare con la gente.

Da quel ’56 è stato il sindaco di tutti, non a capo della comunità ma a servizio della comunità. Negli anni ’80 fu inaugurata la guardia medica e si insidiò il dott. Filice. Era sotto natale e l’inverno si faceva sentire. La sede era sprovvista di riscaldamento. Il dott. Filice chiamò subito il responsabile della allora USL e gli chiese di intervenire presso il sindaco per una stufa. Cosa che venne fatta subito, chiamò a casa del sindaco nonostante l’ora tarda, e gli chiese se poteva mandare un vigile per risolvere il problema. Dopo qualche minuto il dottore richiamò il responsabile e gli disse: sono mortificato non avrei mai pensato, non tanto perché è stato il sindaco in persona a portarmi la stufa, ma perché era ancora calda, era quella di casa sua. Nel raccontarmi l’accaduto, alcuni anni dopo, il dott. Filice aggiunse: solo allora capii come un piccolo paese riuscì prima di altri ad avere la guardia medica.

Pietro Tenuta riuscì anche a meccanizzare il comune o a dotarlo di servizi e di strutture. Proprio all’inaugurazione della sede municipale, l’allora prefetto disse ai molti sindaci presenti: voi tutti dovete pigliare esempio da questa persona perché una piccola comunità ha fatto grandi cose.

I primi anni di sindaco furono difficili, non c’èrano i servizi di oggi. Quando saltava la corrente elettrica, specialmente d’inverno con la neve o per i fulmini, e bisognava andare di persona per riarmare gli interruttori. Pietro era prontissimo anche in questo, la stessa cosa per il servizio dell’acqua che con l’amico Saverio Molinaro tenevano sotto controllo.

In quegli anni di ricostruzione bisognava avvalersi di alte figure professionali, e così fece. Uno su tutti fu l’ingegnere Pietro Morrone. 

Ancora non si vedevano i benifici del progresso, a Marano mancava il lavoro e dal dopoguerra l’emigrazione non si fermava. Per ottenere il permesso all’espatrio bisognava andare in comune ed aver avuto una condotta perfetta senza nessun reato. Il permesso era avvalorato dal comune e dai carabinieri, Marano dipendeva da Cerisano. A quei tempi c’era comandante il maresciallo Carmelo Belvedere, che aveva stretto una grande amicizia con Pietro Tenuta. Nella stesura di questo libro e riguardando le foto in cui c’èra il maresciallo Belvedere, mi dava l’impressione di essere così lontano, quel bianco e nero era il tempo passato. Ma qualcosa mi diceva di andarlo a cercare. Andai a Cerisano e domandai ad alcuni residenti che mi dissero che era vivo. Carico di emozione sono andato dalla figlia Stefania che mi portò subito da lui. Fu un incontro ricco, era come vivere un pezzo di storia, ascoltarlo è stato tutto un brivido, per non parlare delle testimonianze su Pietro Tenuta. Non so chi dei due fosse più contento, ma c’è ne andammo con le lacrime agli occhi. Ci furono altri incontri, ed ognuno di essi era una ricchezza. Lo invitai al ventennale della morte di Pietro Tenuta e, nonostante i problemi, venne a dare la sua testimonianza.

Il maresciallo mi raccontava, a proposito dei lasciapassare per gli emigranti, che per alcuni, anche se avevano commesso qualche pecca, gli davono il permesso perché buona gente. Solo una volta Pietro Tenuta non concesse il lasciapassare, ad una giovane e bella signorina dal nome Rita. Alla negazione del visto, la sorella di Rita domandò: “perché gli è lo negate” e Pietro rispose: “perché la voglio sposare”. E dopo pochi mesi Pietro Sposò Rita Bilotto.

 

Il Maresciallo Belvedere, sul finire degli anni ’60, confidò a pietro la sua preoccupazione per il fratello appena nominato Pretore di Pizzo che, non potendo trovare una sistemazione, era costretto a viaggiare da Crotone. Pietro disse subito che non era possibile una situazione di questo tipo per un Pretore e subito fece richiesta all’allora ministro Riccardo Misasi di far costruire un alloggio nella costruenda pretura di Pizzo, per il Pretore, richiesta che poi verrà accolta.

Quella con il maresciallo Belvedere fu una vera amicizia, perché tutti e due miravano al servizio della gente e di chi aveva bisogno. Quando appresi la notizia della sua morte (Cerisano 2020) mi sono detto, l’ho incontrato come in un sogno e in un attimo l’ho perso per sempre, ma non finirò mai di ringraziare Dio per avermelo fatto incontrare.

Un altro incontro significativo fu quello con Cesare Baccelli (Lucca 1928 – Roma 1987). Baccelli di origini toscane ma adottato dalla nostra terra, diede forma alle grandi idee di Pietro. Coriolano Martirano (Cosenza 1933-2019), altro amico di sempre dai tempi della Camera di Commercio, ne è stato testimone. Insieme hanno dato vita al Premio Pandosia, trovando nel gruppo Pandosia del Centro Turistico Giovanile l’organizzatore dell’evento. Evento che divenne da subito famoso. A Marano arrivarono i grandi pittori, il grande pubblico, la stampa. A loro dobbiamo dire grazie se oggi il comune possiede un grande patrimonio di arte, pitture e sculture. Opere destinate alla costituenda pinacoteca d’arte moderna, ideata per quel progetto turistico culturale che Pietro aveva pensato e formato per la sua Marano. Ha ideato il palazzo, poi dedicato a Cesare Baccelli per la prematura scomparsa, quale incubatore culturale per ospitare eventi, il premio e la pinacoteca. Ma se diede vita al progetto, non riuscì a vederlo costruire perché morì anzitempo. Finalmente dopo anni di oblio tutte le opere e i calchi di Cesare Baccelli, date al comune all’idomani della morte, sono state recuperate ed esposte al pubblico. Un altro punto di attrazione artistica.

Il connubbio con Baccelli scultore fu idilliaco: il bassorilievo in bronzo del prof Annunziato Presta, fissato nelle mura della scuola elementare a lui dedicata; un bassorilievo in terracotta “Marano Principato tra mito e storia” posizionato nella sala consiliare; il monumento all’emigrante in piazza Annunziata, dedicato a tutti i principatesi nel mondo che hanno toccato i 5 continenti, proprio come le 5 cicogne scolpite dal Baccelli nei raggi solari e, non potevano fissare parole migliori nel bronzo se quelle di Cesare Pavese “un paese ci vuole….un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando tu non ci sei resta ad aspettarti”.

Parole che troviamo stampate anche nell’attestato di benemerenza dato ogni anno a tutti coloro che ritornavano nel luogo natio proprio durante la festa all’emigrante, inserita nei festeggiamenti padronali. La motivazione dell’attestato: per aver contribuito, con tenacia, passione e dignità ad affermare in terra straniera le dati di mente e di cuore della gente di Calabria, distinguendosi per volontà, capacità ed onestà, rinsaldando i vincoli con la terra d’origine.  Mi chiedo se esiste un’espressione d’amore più alta.

Era festa per i principatesi che ritornavano a Marano. Fu lo stesso quando il 10 ottobre 1975 Pietro Tenuta fu accolto a Kenosha da tutti i nostri paesani. Il sindaco di Kenosha Wallace Burkee fu felice di ospitarlo nel proprio municipio, mostrandogli la bandiera di stato. In quell’occasione Pietro Tenuta scherzò al sindaco di kenosha dicendogli che “qui vivono 3000 nativi o parenti cosentini, più del doppio dei 1200 abitanti di Marano” .

 

“… l’Amministrazione Comunale di Marano principato ha pensato di fare opera di cultura promuovendo la pubblicazione di questo volume. Il quale ha il fiato di un appassionante itinerario sulle tracce di una storia che, muovendo dal più lontano passato per approdare fin dentro ai nostri giorni, appartiene sì alla comunità principatese, ma non soltanto a questa, bensì a tutti noi, calabresi e non” E’ così che Pietro Tenuta presenta il libro “Marano Principato Storia di una piccola comunità calabrese” (edito effesette1988) per far conoscere ai principatesi la nostra storia.

Già in passato organizzò un convegno per divulgare gli studi di Lunetto vercillo (Rende 1914- 1999) sulle origini di PANDOSIA nel 1990, in collaborazione con il gruppo Pandosia. Il Vercillo affermava che Pandosia, antica città enotra, era collocata nell’attuale territorio di Marano.

In quel 1 ottobre 1994 eravamo insieme per l’organizzazione del premio Pandosia, pochi istanti dopo ci lasciava per sempre. Se ne andato lasciandoci una grande eredità con il suo progetto culturale turistico. Io non mi stancherò mai di portarlo avanti, questo libro ne è la prova. Quel premio Pandosia edizione 1994 fui costretto a portarlo a compimento senza di lui e feci di tutto per esserne all’altezza. La manifestazione ottenne il grande successo che meritava. Eravamo alla fine di quella sera del 28 ottobre, toccò a me e a Sandro il figlio, di chiudere i portoni. Un istante dopo fummo attratti da una nuvola strana che girava sulla nostra testa, si mise a girare in cerchio come se fossero un insieme di piccole nuvole a forma di S. Restammo increduli per alcuni minuti, cercammo altre spiegazioni e ci rendemmo conto che non era un’illusione ma erano gli angeli che lo avevano accompagnato a verificare di persona che tutto sarebbe finito bene, e quella nuvola poi ci accompagnò fino a casa.

 

Daniele Bilotto