
ANNUNZIATO PRESTA
15 febbraio 1915 – 10 marzo 1976
Tra i notabili sicuramente è da annotare il Prof. Annunziato Presta, autore di poesie e saggi filosofici di notevole spessore. In occasione del centenario della nascita ho voluto ricordarne l’uomo, il poeta, il filosofo e il traduttore. L’incontro avvenne nei locali della scuola elementare di via Annunziata, che il sindaco Pietro Tenuta volle dedicargli. Insieme a me, relazionarono Antonello Savaglio, Flavio Nimpo e l’indimenticabile presidente dell’Accademia Cosentina Leopoldo Conforti. Ognuno mise in evidenza aspetti diversi di questo illustre principatese. Il lo ricordai in questo modo:
Il 15 FEBBRAIO 1915 alle 9.05 nel luogo chiamato Piano Cogliandro in Marano Principato nasceva Annunziato Presta figlio di Ferdinando e di Concetta Bilotto. Il bambino fu accolto da una famiglia numerosa, che comprendeva, oltre ai genitori, 2 fratelli e 5 sorelle.
Le ristrettezze economiche, avviarono il piccolo Annunziato sulla strada dei campi. I più anziani Lo ricordano come un ragazzino con i calzoni corti, che pascolava il gregge e leggeva libri. D’inverno passava il tempo dai vicini e, accostato al calore del focolare, raccontava le vicende dei Promessi Sposi. Tutti restavano a bocca aperta. Secondo la tradizione orale, l’amore per la lettura gli fu trasmessa dal nonno. A casa Presta, come in poche altre case, c’èra l’asino e altri animali: al primo piano la camera da letto dei genitori con la cucina e al piano di sopra tutti i figli. Un giorno, Annunziato andò dal vicino di casa Angelo Bilotto e gli disse che tra l’asino che ragliava e le grida di una povera sorella malata, non poteva studiare. Quindi domamdò ospitalità in in una stanza. La richiesta fu esaudita e potè ritornare a dedicarsi alla lettura, sempre alla luce di un piccolo lume alimentato a olio d’oliva. La sua lettura preferita erano I tre moschettieri, che ripeteva frequentemente alla madre. Contemporaneamente, recitava i versi della Divina Commedia. Avviato al Seminario di Cosenza per intraprendere la carriera sacerdotale, così come era avvenuto con una sorella che vestì l’abito monastico nelle Adolatrici di Cremona, Annunziato coltivò lo studio dei classici e approfondì il catechismo cattolico. Nel 1936 divenne presidente del circolo della gioventù maschile S. Cuore di Gesù.
Mancando di vocazione, si trasferì al liceo Classico Bernardino Telesio di Cosenza dove conseguì la maturità nel 1934. Alla prima sessione ebbe la seguente pagella: 8 in storia dell’arte, 7 chimica e geografia, 8 filosofia ed economica e politica, 8 storia, 8 greco, 7 latino, 7 italiano, 6 educazione civica. Fu rinviato in matematica e fisica. Rimediò nella sessione di ottobre. Ottenuta la maturità classica, grazie agli aiuti del fratello emigrato negli Stati Uniti, proseguì gli studi presso l’Università di Roma e riuscì inizialmentea evitare il servizio militare. Il 1 dicembre 1937 fu ammesso al primo e secondo periodo preliminare dei corsi allievi ufficiali universitari presso la IV Legione Universitaria di Roma. Nel 1939 raggiunse la Scuola Allievi Cfficiali di completamento di Salerno. Il 26 settembre 1940 fu assegnato al 32° Reggimento Fanteria per prestare servizio di prima nomina come ufficiale di complemento. Tutti questi ritardi gli evitarono gli orrori della guerra. In questo periodo, gli fu vicino l’on. Cesare Molinari. Si racconta, che durante gli esami delle sessioni invernali, gli prestava il cappotto per fargli fare bella figura. A Roma, Annunziato trovò alloggio presso la signora “Donna Maria”, che accettò di ospitarlo in cambio di lezioni al nipote. Un giorno, donna Maria gli chiese di poter visitare la Calabria e il suo mare. Annunziato la accontentò, ma per non fare brutta figura, conoscendo la miseria dell’abitazione paterna, la fece alloggiare nella casa di Angelo Bilotto.
Annunziato Presta si laureònel 1941. La sua tesi di laurea fu “l’arte poetica di Orazio”, pubblicata immediatamente e premiata con il “Volta” dell’Accademia d’Italia. Fuori dalla Sapienza, iniziò il suo percorso professionale all’Aquila. Nella città abruzzese conobbe Nella De Angelis, che divenne sua moglie, anch’essa dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione. Quindi passò al Liceo Giulio Cesare di Roma. Il Frattini, sulle pagine dell’Osservatore Romano scriveva: L’avevo incontrato, come mio insegnante di latino e greco, nel Liceo romano “Giulio Cesare”. Mi avevano subito colpito di lui, professore appena venticinquenne la grande semplicità e modestia, congiunte ad una solida preparazione, soprattutto nelle discipline classico umanistiche. Doti singolari di interprete sensibile e fedele, e spirito arguto e sottile, maturato anche per influsso di risentite suggestioni classiche in una indole raccolta e schiva.
Nel biennio 1962/63 fu Preside dell’Istituto Magistrale di Terni. Sotto la sua direzione, l’Istituto riprese ritmo e vitalità. Restò in carica, fino a quando ebbe l’incarico di docenza all’Università di Perugia nel 1965/66. Città che raggiungeva quotidianamente da Roma attraverso il treno e nella quale studiavano medicina i fratelli Serafino, Elio e Albio Molinaro. Durante le vacanze, Annunziato faceva ritorno a Marano Principato e aveva piacere a incontrare i paesani per dialogare con loro ed esprimersi in dialetto. Lo stesso piacere manifestava ogni volta che, a Roma, si fermava con il Senatore Gaudio e il Prof. Conforti. In calabrese tradusse anche l’Infinito di Leopardi, un’opera andata perduta e ancora viva nella memoria di Leopoldo Conforti, la cui prematura morte miha impedito di proporla in queste pagine.
Annunziato Presta morì a Roma il 10 marzo 1976. Nell’occasione, nell’Osservatore Romano, a firma fi Frattini, si leggeva: “rettilineo ed equilibrato pareggiò il suo valore di studioso con la sua costante probità, dove era viva – nel segno dell’umiltà, della pietà, della fiducia nel bene – una presenza cristiana (come ben ricordarono, durante le esequie, Padre Ilarino, suo collega di insegnamento nell’Università di Perugia, e il Vescovo e Nunzio Apostolico Mons Saverio Zupi, suo fraterno amico, anch’esso Calabrese di Cerisano, Vescovo di Serra)”. Queste qualità sono messe in risalto anche da tanti principatesi con cui ho dialogati, che lo ricordano come una persona di grande cultura, di umanità e altruismo seduto all’ombra di una quercia secolare nella contrada Tenuta di sua proprietà. Avamposto che ispirava il suo genio creativo e dal quale osservava l’infito della valle del Crati e della Sila.
- In questa sede non posso evitare di riportare una breve bibliografia e poi altre testimonianze divulgate dopo la traduzione dei “I Fiori del male” di Boudelare (1948) e una poesia dedicatagli da Flavio Nimpo.
- Giovinezza, Roma 900 1938.
- L’arte poetica di Orazio, edizioni di Religio, Roma 1941.
- I fiori del male di Carlo Baudelaire, traduzione e introduzione di AP, Angelo Signorelli, Roma 1948.
- Asfodeli, Angelo Signorelli, Roma 1950.
- Antologia Palatina, con introduzione di Gennaro Perrotta, Gherardo Casini, Roma 1957.
- Civiltà Ellenica, Gremese Editore, Roma 1963.
- Musa Eroica, Gremese Editore, Roma 1966.
- Antologia della Letteratura Greca EOS, con Marcello Gigante (3 vol), G. D’Anna, Messina-Firenze 1972.
- Rapporti fra l’Umanesimo Umbro e l’Accademia Romana, AP in L’Umanesimo Umbro – Atti del IX convegno di studi Umbri a cura del Centro Studi umbri e Università di Perugia, Gubbio 22-23 settembre 1974.
- Vari articoli sulle riviste Quaderni Urbinati, Rivista Maia, Almanacco Calabrese (1951-1973).
- Vincenzo Errante: Le sono molto grato per il dono di questo prezioso tutto Baudelaire lirico, rifatto poeta italiano: e perfetto poeta italiano. Questa brillantissima vittoria di un giovine comprova che la lirica è intraducibile, finchè non si trova il filosofo-poeta che riesca a tradurla.
- Su “Pagine nuove (Roma 1949); Dobbiamo sinceramente confessare che ci commuove il lavoro del Presta, poiché egli si è avvicinato a Baudelaire con un animo d’intenditore e di studioso: egli pur avendo voluto conservare il più possibile lo spirito e la forma del Poeta, ha saputo infondere alle traduzioni una sua maniera e una sua interpretazione che non dispiacciono e che fanno leggere tutti i lavori con vero piacere. Segnaliamo volentieri al pubblico e a tutti coloro che vogliono accostarsi a Baudelaire questa traduzione di A. Presta perché essa merita il plauso e l’incoraggiamento di chi conosce cosa vuol dire accostarsi a Baudelaire per amarlo e per tradurlo.
- Giuseppe Colli (Torino 1950); La traduzione dei Fiori del Male è un po’ l’esame del valore di ogni traduttore specializzato nella lingua della Soeur latine. A.Presta ha superato brillantemente l’esame, e lo ha superato con una distinzione ed una eleganza oggi non più tanto comuni nell’oscuro Olimpo dei misconosciuti poeti della poesia altrui.
- Giovanni Nencioni (Roma 1948); .. La sua versione delle Poesie di Baudelaire mi è parsa molto buona. L’impresa era ardua, ma Lei l’ha compiuta con onore. Il Suo libro… costituisce una approsimazione a Baudelaire veramente notevole.
- Francesco Politi (Roma 1949); … la lettura delle tue versioni mi ha confermato in un mio vecchio paradosso: che cioè i poeti dell’epoca nostra vanno cercati fra i traduttori.
- Alberto Frattini (Roma 1949); Mancava dell’opera di Baudelaire una traduzione completa. A colmare questa lacuna, tenendo conto delle insufficienze dei precedenti tentativi, si è adoperato con lodevole impegno A. Presta, riproponendo integralmente al pubblico italiano, in una diligente e decorosa traduzione ritmica, il capolavoro di uno dei massimi poeti moderni. Sorvolando… sull’introduzione – che in realtà costituisce un conciso, ma nutrito saggio sulla vita e l’opera di B., di cui studia il pensiero e l’arte nelle sue più varie manifestazioni, reagendo alla recente ingiustizia della “stroncatura” sartriana - più ci preme sottolineare il carattere dei risultati cui l’ardua fatica del Presta è pervenuta, offrendoci una traduzione che ha il pregio di avere schivato il pericolo del “calco”, cercando di fare dell’interpretazione cosa originale e fresca, senza viziarla con gratuiti e decorativi ampliamenti…. Non si potrà negare ad un attendo esame di essa, analiticamente raffrontata con il testo, un suo carattere di equilibrata aderenza, non direi sempre fedeltà, al testo, più come spirito che come lettera… Ci sembra che il lavoro del Presta meriti la più cordiale accoglienza di chi sa intendere ed apprezzare la nobiltà di ogni seria e silenziosa fatica dedicata alla poesia.
- Mario Pomilio (Napoli 1950) A. Presta, nella sua tradizione di baudelaire, ha fatto un tentativo coraggioso: contro ogni suggestione di poetica decadente e di linguaggio poetico novecentesco, tanto facile quanto gratuito ed estraneo al gusto baudelairiano, egli, atttraverso un’acuta opera di penetrazione del testo e del suo significato storico e un’attenda controllata meditazione sull’umanità, la lingua e la frase poetica del suo autore e sulla loro intrinseca calssicità, ha cercato una traduzione fedele nella sola maniera possibile: fedele, cioè, a un modo di concezione e di espressione. Certo, ci troviamo di fronte al lavoro di uno che ha lungamente pensato prima di scrivere, e che quando ha preso a tradurre possedeva quel testo come cosa propria, non solo filologicamente, ma, diremmo, sentimentalmente, conquistato e magari anche sofferto nella pienezza delle sue inflessioni, delle sue sfumature, dei suoi riflessi storici e psicologici, nel suo significato, insomma, oltrechè letterale, umano. Ed è notevole come il Presta scelga di solito la via difficile pur di arrivare a renderlo pienamente, come a una irriproducibile inflessione ritmica egli cerchi di far corrispondere un vocabolo o una frase lirica che ne diano il senso poetico (di qui, anzi, il suo sforzo di riprodurre in italiano il metro e perfino la rima di Baudelaire), come, tra due parole, egli scelga di solito quella storicamente più vicina al suo autore.
Daniele Bilotto
